I commenti dell'autore.

CIAO AMORE CIAO ( LI VIDI TORNARE) 

Luigi Tenco è stato uno dei più grandi poeti della canzone italiana. Rileggere il testo originario di “Ciao amore ciao”, ritrovarne il bisogno di pace e un antimilitarismo non facile né di maniera, pensare a quando questa canzone veniva scritta e a quanto tutto questo poteva essere scritto oggi…  capire che non avresti una frase da aggiungere, che è come se anche tu l’avessi scritta, che la storia ci ha fatto vedere troppi soldati partire per qualche fronte…. In quel momento anche tu, come allora Tenco e come tanti da sempre, hai bisogno di inseguire un mondo che non c’è, dove un ragazzo che voleva avere un fucile, diventato uomo getta quel fucile nel fiume .”Immagina” un mondo che non esiste, dove i soldati non tornano. Perché non partono mai.     

 LA STRADA DEL DAVAI 

Davai è la parola che i russi usavano rivolgendosi ai loro prigionieri di guerra, e nel 1943 anche a quelli italiani,  che significava all’incirca “Vai avanti, cammina!”. E’ stato sinonimo di una marcia forzata tra indicibile sofferenza e  resistenza estrema. Ho pensato che questo canto solitario di un alpino dovesse “suonare” in buona parte nella lingua della mia terra d’origine e cioè in veneto, diventando in un passo anche bresciano , anche a sottolineare le origini comuni di quei “soldati-contadini” mandati a morire lontano. Spero che le immagini che ho cercato riescano a rendere l’emozione, il profondo amore e il rispetto che ho sempre avuto verso questa gente di cui sono figlio e che questa canzone, anche per un attimo, serva a qualcuno per conoscere un po’ di più un pezzo della nostra storia per non dimenticare quel che è stato. E per maledire sempre e comunque qualsiasi guerra, in qualsiasi tempo.

ITALIA LIBERA 

In fondo a questa canzone cercavo, più di una melodia, un “martello” che mi riportasse ai giorni d’ oggi. Fin da ragazzo ho sempre pensato che “libero” fosse la parola più bella del mondo…., intendo più bello come suono da cantare, come idea, come sogno, come storia che si realizza senza essere  autoindulgente, consolatoria, ruffiana e “politicamente corretta”. Ricordo di aver scritto almeno venti strofe di questa canzone e di averne  poi cancellate tante, di aver provato mille strade per arrivare alla fine a quanto di più “semplice” potessi all’inizio immaginare, per provare a rendere questo concetto il più immediato, il più “frontale” possibile. Probabilmente “Italia libera” è alla fine un desiderio. Il mio desiderio di un paese che cerco, che inseguo, che amo, e che non trovo quasi mai.    

 BIGLIETTO DI UN MUSICISTA DI STRADA 

Non so cosa spinge un ragazzo, un uomo, un pazzo, a vivere giorni e notti apparentemente senza senso e senza regole per poter far musica in qualsiasi angolo di mondo possibile . Un perfetto idiota può pensare che sia soprattutto per la ricerca di un qualche successo… ma non è mai per questo, almeno non lo è per molti . Questo” biglietto” è una traccia di esistenza, è una fotografia, è un frammento di vita di un musicista di strada scritto in una notte d’estate, in quelle ore tarde in cui di solito i locali stanno chiudendo, quando i musicanti “impacchettano” i loro strumenti e si avviano con passo incerto verso casa, con addosso stanchezza, tristezze e sorrisi e avendo spesso in animo  solo un disperato bisogno di vivere che li fa comunque andare avanti e che gli dà forza . Per sempre.  

IO SONO IO 

La cadenza di questa canzone scandisce il tempo di un cammino che parte dall’alba e che va avanti senza precise direzioni fino al tramonto. Le chitarre “ruotano” insieme ai miei passi, il suono del pianoforte arriva da qualche decennio prima. “Io sono io” è fondamentalmente un forte bisogno di difendere quel che sono. Per il resto, confesso che ho sempre avuto la fortuna di non soffrire quasi mai di solitudine, ingabbiato come sono spesso in pensieri,  sogni e viaggi di natura diversa, in emozioni lontane, in pianti e sorrisi successivi, spesso ritrovandomi troppo distante dal mondo che mi cammina a fianco.

CLANDESTINA 

A Parigi le banlieu bruciavano, lo scorso inverno…anche in posti dove tanti anni fa avevo vissuto e i volti delle ragazze, inquadrati nei servizi di qualche notiziario, sono come allora sensualmente  belli, forti e fieri . A volte il sangue di etnie diverse riesce meravigliosamente a mescolarsi, altre volte riusciamo solo a vivere in mondi paralleli senza toccarci, a volte riusciamo solo a respingerci. Non ho giudizi da dare, in proposito. “Clandestina” suona in spinta dall’inizio alla fine, l’inciso è  senza parole per approdare ad una melodia che in qualche modo “ si canta da sola”. Il desiderio di fuga che ha sempre riempito la mia vita è il tratto fondamentale della canzone, senza essere fuga da realtà incomprese ma piuttosto ricerca di un altro modo, di un’altra strada dove poter ripartire.  

RAGAZZINO

 “Ragazzino” è un modo di dire a chi inizia il suo viaggio che il mondo gira male e forse girerà anche peggio, che la parola giustizia è quasi sempre soltanto un desiderio e che per vedere quel che accade basteranno i suoi occhi e che i tuoi saranno solo due occhi in più. Tuttavia  provi a dirgli, per quel che ti riguarda, che hai sempre vissuto e combattuto per le cose in cui credevi, provando a non farle mai morire, pensando spesso senza apparenti motivi che la tua vita fosse importante. Questa è una delle tue poche certezze. Così la ballata si costruisce crescendo emotivamente passo per passo,  per poi scorrere in una ipotetica confessione di un uomo adulto che mette sul piatto le sue verità sopravvissute, mentre guarda il ragazzino che scivola via verso la sua vita. 

VINCERE 

 Abbiamo suonato questa canzone con molta energia, incidendola così come la suonavamo in sala durante le prove, riconoscendone il riferimento, nella struttura musicale, verso alcune splendide cose che  Springsteen faceva alla fine dei ’70. Avevo la necessità di essere “rabbioso e frontale” in alcune frasi che avevo scritto ed è proprio in questi termini che uso una parola come “vincere” che viceversa ha per me poco significato. “Vincere” è un termine  privo di valore, nel mio modo di intendere, se non è legato all’affermazione di un diritto all’ esistenza che riesca ad avere dentro di sé connotati di giustizia, di libertà e di rispetto necessari ad ogni vita, insieme ad un forte desiderio  di imparare a vivere in pace col mondo e con sè stessi . A volte “rabbiosa e frontale”, questa è la vera vittoria

TOMMY EDEN 

Thomas Eden era un ragazzo americano che avevo conosciuto, tanti anni fa, in un mio vagabondaggio in giro per l’Europa. Abbiamo suonato qualche volta insieme, in qualche fermata di stazione, in qualche angolo di isola pedonale ed entrambi amavamo e suonavamo molto  Neil Young . Insieme abbiamo speso molte notti a parlare, a sorridere e a confrontare le nostre mappe e le nostre strade….. Ho cercato qui quel particolare  “clima musicale”, da folksinger di strada, disegnando nel testo alcune “fotografie di un menestrello” e inserendovi immagini che ugualmente in quel periodo mi appartenevano. Di Thomas Eden ho perso le tracce, come lui ha perso le mie, ma di solito quando dei “solitari” si incrociano in un pezzo della loro vita e riescono a non respingersi finiscono con  l’entrare per sempre, qualunque sia il loro destino, nell’anima dell’altro.    

SPARI NEL CIELO 

Il blues è quasi sempre dentro alle cose che scrivo e qualche volta lo è in modo particolare. Ho spento gli strumenti all’inizio, contando sul fatto che la voce da sola riuscisse a dare l’emozione giusta prima della partenza. La ripetizione ossessiva, crescente, le venature di gospel, la voce che si rompe fino ad essere “ferita” , cercano di tradurre un concetto preciso e cioè  che siamo tutti parte di qualcosa che potrebbe essere infinitamente grande, ma che è spesso solo infinitamente grande nella sua follia e che la nostra esistenza, citando Dylan e riprendendo una sua frase, finisce con  l’essere molto spesso “troppo di niente”. Altre volte, quando le cose prendono la piega peggiore, diventando  un orizzonte in cui riusciamo a scorgere soltanto degli spari nel cielo. 

PANE GIUSTIZIA E LIBERTA'

Nuto Revelli non è stato solo uno scrittore che ho amato molto, ma anche un uomo che ha vissuto la sua vita in un modo che ho sempre ammirato. Fu giovane tenente degli alpini in Russia, capo partigiano di “Giustizia e Libertà”, splendido scrittore e raccoglitore instancabile, nelle sue opere, delle testimonianze di un mondo contadino che vedeva svanire giorno per giorno nel suo Piemonte. Questa ballata tocca le tappe della sua vita  e ne racconta le successive scelte, fino a quella fondamentale di “scrivere per non scordare”, per lasciare tracce che fossero le più chiare possibili. La canzone ruota intorno al concetto che una qualsiasi idea di giustizia e di libertà non può essere sganciata all’idea del pane, in senso storico e non solo, e che questa è l’unica e santa ragione di giusta guerra, appunto quando votata alla necessità di sopravvivenza di un uomo, insieme al suo bisogno di libertà e giustizia. La canzone viaggia dentro un pezzo di storia d’Italia, ma credo che potrebbe essere “girata” ovunque e i Gang sono stati miei compagni di strada, fratelli e soldati senza fucile.


MASSIMO PRIVIERO

“Dolce resistenza” 

Avrete notato che la parola “resistenza”, nel titolo di queste pagine, è scritta in minuscolo. E’ solo per non far intendere che questo nuovo album di Massimo Priviero, il primo dopo “Testimone” (2003), sia tutto centrato su un tema storico-politico. E’ vero, anche di Resistenza (stavolta maiuscolo) si parla, in “Pane giustizia e libertà” - canzone quasi biografica di cui è protagonista il soldato-scrittore cuneese Nuto Revelli: ma il titolo dell’album e della canzone che lo apre esprime, nelle intenzioni dell’autore, la contrapposizione fra forza e dolcezza, fra energia e tenerezza che, in fondo, è anche la cifra stilistica delle sue canzoni - un concetto già anticipato, a ben vedere, nel titolo del secondo album del musicista nativo di Jesolo ma milanese d’adozione, “Nessuna resa mai”, prodotto nel 1990 da “Little” Steven Van Zandt. Poi, certo, se fossimo ancora nell’epoca dei 33 giri in vinile probabilmente una facciata del disco avrebbe racchiuso quelle canzoni che, per omogeneità e per ispirazione, in qualche modo rimandano alla storia del nostro Paese (del resto Massimo si è laureato in Storia Contemporanea con una tesi su “Giustizia e Libertà”, il movimento fondato a Parigi nel 1929 da Carlo Rosselli insieme ad altri esuli antifascisti; e “Giustizia e libertà” è anche il titolo di una canzone inclusa da Priviero nel suo album del 1994, “Non mollare”). Ma in queste canzoni - come “La strada del Davai”, “Italia libera” (candidata ideale a inno ufficiale di un popolo, il nostro, che ha sempre avuto troppi santi, troppi eroi, troppi conformisti e troppi qualunquisti), la stessa “Ciao amore ciao (Li vidi tornare)” di cui diremo poi più ampiamente - la Storia con la esse maiuscola (rieccoci con la maiuscola e la minuscola) è lo sfondo sul quale avvengono le storie degli uomini: storie private e personali, storie segnate dai tempi e dagli eventi ma sempre raccontate senza attitudini didascaliche, senza volontà “istruttiva”, bensì con un’acuta attenzione ai sentimenti e alle sofferenze e ai dolori della piccola gente travolta dall’enormità delle guerre (“mamma, la guerra è una malattia”, dice nel suo dialetto il soldatino veneto di “La strada del Davai”: un titolo preso a prestito dal libro-inchiesta del 1966 dello stesso Revelli - autore anche di “La guerra dei poveri”, altra espressione che ben s’adatta allo spirito di questa canzone).